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Un disegno di Londra

I bambini ai funerali

Avevo 3 anni quando andai al funerale di mia mamma con la bara che partiva dal cortile di casa a passeggio fino alla chiesa della parrocchia S.Paolo. Ero senza vestiti neri. Risi, divertita dalle zie che piangevano molto, e mi beccai due pizze in piena faccia. Se io avessi dei bambini e dovesse pigliarmi un accidenti, vorrei che nel giorno del mio funerale le pesti fossero parcheggiate tra le palline del PlayPlanet. E non lo dico per il loro bene, è che mi farebbero incazzare a morte di lassù.

I bambini non sanno straziarsi
all’occorrenza.

funeral show

Matita, china bianca e biro su carta
Chi si dispera con più convinzione tra parenti ed amici vince una barchetta. Pubblico sovrano, morto in scena, di pancia, etc. Questo format del cordoglio lo intitolerei Funeral Show.

Se vedrete in strade lontane da Dio
immacolate gallerie d’arte contemporanea
la storia sarà più o meno questa

sms-comasina

Il Numero 9 è un quartiere di Milano nel quale di figli se ne facevano quattro, e i primi tre eran sempre maschi perché potessero un giorno picchiare i fidanzati della sorella, ultima nata. Il Numero 9 è un quartiere che a Carnevale ti faceva venir voglia di chiuderti in casa, perché alla meglio ti capitava di far da bersaglio a un’arancia piena di lamette, o di far da tester alla schiuma da barba depilatoria.

Di zone così, armate di serramanico e disarmate di congiuntivi, ce ne sono sempre meno in città. I fratelli Portolano, i Campisano, i Tedoldi e tutti gli altri, con le sorelle gran troie ma vergini al seguito, sono stati spinti a trasferirsi ai margini della provincia. A convincerli a lasciare il quartiere sono state le gallerie d’arte contemporanea che hanno colonizzato velocemente strade della Vecchia Milano.

Quello è il nuovo centro culturale, io mi trasferisco lì con tutta quella vitalità e poi apro in uno spazio più grande e, guarda, dovresti proprio venire all’inaugurazione della stagione per vederlo!

Quando la verità è che i galleristi perdendo interesse per l’arte hanno perso anche un sacco di soldi: chi con i cavalli, chi con certe croste a olio (questo quadro non lo rivendiamo nemmeno a un cieco e penso che anche a tenerlo in magazzino meni sfiga), chi con le studentesse dell’Accademia di Brera (ti spiego io come funziona il mercato dell’arte, tu sei tanto, tanto giovane...). Quando perdi i soldi finisci con l’aprire una galleria d’arte contemporanea spingendoti fino al Numero 9.

Quindi, se vedrete in strade lontane da Dio immacolate gallerie d’arte contemporanea la storia sarà più o meno questa.

Esiste una sola eccezione: il gallerista più potente di tutti. Quello si sposta in zone schifose perché gli piace scherzare. Infatti, sa bene che gli altri galleristi, i piccoli pesci, lo seguiranno facendo arti e bagagli pur di stargli vicino e inaugurare la sua stessa sera facendo entrare i suoi collezionisti anche nel loro loft. E il più potente di tutti si diverte a vederli nuotare controcorrente per la città. Un giorno lo seguono al Numero 7, un altro al Numero 3, domani chissà.

So che per te ho centoquarantanni, e che a tuo parere lavoro troppo per avere una vita vera, e quindi troppo per capirci davvero qualcosa della vita. Ma cosa vuoi saperne, tu? – mi dici di continuo, e non so darti torto. So che non accetteresti mai un consiglio amoroso da me, forse sarei più credibile ai tuoi occhi se io mi fidanzassi con Zac Efron ma, comunque, la prima cosa che faresti, nel caso, sarebbe cambiare attore del cuore. So che mi trovi brutta e che nelle tue fantasie hai già i miei anni, ma ti figuri alta e soda come un palo della luce, e con bellissimi occhi viola, che li hai visti una volta in un film e hai deciso che li avrai anche tu. Perché alla tua età si è convinti di essere in tempo per diventare tutto, basta un po’ di palestra e del lievito di birra, no?

Non mi vuoi nemmeno intorno, tanto ti sembrano noiose le mie giornate.
Pensa che strano, bambina: quello che invece io vorrei è farti rifare la mia vita, giorno dopo giorno.

Per prima cosa ti porterei di peso in quel liceo bene, nella mia classe di allora, con la Casetti e Pierre Villa e la Cambi e De Falco ai loro banchi. E ti direi chi farti amico e chi no. Poi ti ordinerei di tirarti indietro col biondino, e di farti avanti col moro. Ti direi subito che non sei lesbica, senza farti perdere troppo tempo. Più tardi, anni dopo, ti trascinerei su quell’altare e ti farei fare il tuo dovere… E così via, tutte le giornate della mia vita ti farei rimettere in scena, correggendone il tiro.

cameriera

Hai 14 anni, che sono i miei,
bambina mia
.
Li devo riavere,
è la sola cosa che conti per me.

Li cerco quando scrivo su un blog, quando mi scelgo un uomo e tu dici Ma è un vecchio, che schifo. Potrebbe essere tuo padre! e li cerco quando mi pettino o spettino allo specchio. 14 anni, il resto non mi interessa. Facciamo che per due settimane sono la tua cameriera, la tua schiava, e tu mi restituisci quel che è mio. Sono qui stanotte a chiederti di ridarmeli indietro tutti. Lo faccio in ginocchio, sfoggiando il più ridicolo dei miei nomi, per muoverti a compassione.

Bambolescente